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Invecchiare in salute

Ultimo aggiornamento:
30 Settembre 2026

Tempo di lettura:
13 minuti

Di: IGNAZIO UGO CARRECA, ANNA PAOLA CARRECA

Immagine di copertina del vademecum

Invecchiare in salute

Che cosa significa invecchiamento?
Il concetto di invecchiamento ha subìto una profonda evoluzione, passando da una rigida misurazione cronologica a una comprensione multidimensionale e dinamica. Per molti anni è stato interpretato come un processo lineare e graduale; tuttavia, le evidenze scientifiche più recenti mostrano che esso segue andamenti non uniformi, caratterizzati da vere e proprie accelerazioni biologiche in fasi specifiche della vita. Un’analisi multi-omica condotta dall’Università di Stanford ha individuato, ad esempio, due snodi cruciali intorno ai 44 e ai 60 anni, periodi strettamente associati a repentine modificazioni del metabolismo lipidico e glucidico e della regolazione immunitaria.

Questi dati confermano che l’invecchiamento non coincide semplicemente con il trascorrere del tempo, ma è un processo altamente complesso che coinvolge e altera in modo interconnesso diversi sistemi biologici chiave:

• il metabolismo;
• l’immunità;
• la massa e la funzione muscolare;
• il sistema nervoso;
• la capacità di riparazione cellulare.

In questo scenario, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce l’invecchiamento sano come il processo di sviluppo e mantenimento della capacità funzionale che consente il benessere in età avanzata. Questo approccio, che fa da pilastro al Decennio delle Nazioni Unite per l’invecchiamento sano (2021-2030), sposta il focus dalla malattia alla funzione: l’assenza di patologie non è più un requisito obbligatorio, poiché molte condizioni croniche, se ben gestite, hanno scarsa influenza sul benessere complessivo.

Sebbene la soglia sociale della “terza età” continui a essere collo cata intorno ai 75 anni, la biologia ci dimostra che l’invecchiamento è molto più articolato e non può essere ridotto a un criterio esclusivamente anagrafico. Le traiettorie della longevità sono modellate dalle esperienze accumulate dall’infanzia all’età adulta e dall’interazione tra salute fisica e mentale e i determinanti sociali, comportamentali e ambientali (come l’istruzione, le relazioni e la tecnologia).

A livello macroscopico e clinico, la medicina convenzionale, incentrata sui singoli organi, si rivela spesso inefficace di fronte alla coesistenza di più patologie croniche nello stesso paziente. Al contrario, la scienza della longevità (o gerontoscienza) si sposta a monte per affrontare le cause biologiche alla radice. Il buon funzionamento del nostro organismo si basa su due principi fondamentali: l’equilibrio omeostatico cellulare e la riserva organica funzionale. Grazie a questi meccanismi, ogni organo può rinnovare il proprio patrimonio cellulare e riparare i danni causati dagli “insulti” gravi o persistenti subiti nel corso della vita, mantenendo inalterata
la propria funzione. Nel tempo, tuttavia, questo perfetto sistema perde efficacia e non riesce più a far fronte alle continue richieste
di intervento. Il rinnovamento cellulare rallenta fino ad arrestarsi, un fenomeno fortemente legato all’accorciamento dei telomeri, gli elementi funzionali posti alle estremità dei cromosomi, che li proteggono come un cappuccio. Ogni volta che una cellula si ripara e si divide, i telomeri si riducono; quando diventano troppo corti, smettono di funzionare, avviando il processo di senescenza cellulare negli organi.

La ricerca d’avanguardia converge oggi proprio sulla manipolazione di questi e altri “interruttori molecolari” comuni, che costituiscono i 12 tratti distintivi (o hallmarks) dell’invecchiamento: l’instabilità genomica, l’erosione dei telomeri, le alterazioni epigenetiche, la disfunzione mitocondriale e la senescenza cellulare.

Quali sono i parametri di invecchiamento e senescenza?

Oggi si parla sempre più di medicina della longevità, ma le scoperte corrono così veloci che spesso rischiamo di confonderci tra promesse esagerate e slogan pubblicitari. Per questo è importante fare chiarezza ed usare le parole giuste:

• Età anagrafica (o cronologica): È l’età scritta sulla nostra carta d’identità. Più gli anni passano, più aumenta il rischio naturale di sviluppare malattie legate all’invecchiamento.

• Età biologica: È l’età reale del nostro corpo. Indica come stanno davvero i nostri organi e le nostre cellule rispetto a una media di riferimento. Di solito dovrebbe coincidere con l’età anagrafica, ma lo stile di vita (dieta, movimento), la genetica e l’ambiente (ad es. l’ inquinamento) possono cambiarla: una persona che ha sofferto a lungo di una malattia o ha uno stile di vita poco sano, potrebbe avere 50 anni sulla carta d’identità, ma un corpo che ne dimostra biologicamente 65, diventando così più fragile.

• Durata della vita (Lifespan): È semplicemente il numero totale di anni che viviamo. Questo dato, però, conta poco se non è accompagnato dalla limitazione delle fragilità, che significa ridurre al minimo gli ultimi anni della vita passati con disabilità o senza autosufficienza.

• Durata della vita in salute (Healthspan): È l’obiettivo più importante. Rappresenta gli anni che passiamo stando bene, rimanendo in forze, con la mente lucida e una vita sociale attiva. Non conta solo dare anni alla vita, ma dare vita agli anni.

• Medicina personalizzata: È l’approccio che mette al centro l’individuo nella sua totalità. Oltre ai dati biologici, tiene conto della psicologia di una persona, delle sue preferenze e delle sue abitudini. Ricordiamo che persino due gemelli identici, con lo stesso identico DNA, possono invecchiare in modo completamente diverso a seconda delle scelte che fanno nella vita.

• Exposoma: È l’insieme di tutto ciò a cui il nostro corpo viene esposto da quando nasciamo a quando invecchiamo: dall’inquinamento dell’aria ai cibi che mangiamo, fino allo stress.

Riuscire a misurare questo “zaino” di esperienze ambientali è una tecnologia oggi all’avanguardia, che i medici useranno sempre di più in futuro per proteggere la nostra salute.

Quali tumori e quali cure negli anziani?
L’Italia si conferma come uno dei Paesi più longevi al mondo, posizionandosi al secondo posto a livello globale per percentuale di anziani, superata solo dal Giappone. Nel nostro Paese, infatti, le persone con più di 65 anni rappresentano circa un quarto dell’intera popolazione (tra il 24% e il 28% come indicano le stime più recenti). Se da un lato questo traguardo testimonia l’efficacia dei progressi sociali e sanitari, dall’altro porta con sé un aumento fisiologico delle malattie legate all’invecchiamento, in particolare dei tumori. Ogni anno in Italia si registrano circa 395.000 nuove diagnosi di cancro e ben oltre il 60-65% di questi casi colpisce proprio la fascia della popolazione sopra i 65 anni.
Il rischio oncologico, infatti, cresce in modo molto marcato con l’avanzare dell’età. Questo accade a causa del progressivo accumularsi di piccoli danni biologici nelle nostre cellule, della frequente presenza di altre patologie croniche concomitanti (le cosiddette comorbidità) e della naturale riduzione della riserva di energia e della capacità riparativa dei nostri organi, come abbiamo detto. Per avere un’idea di quanto l’età anagrafica influisca su questo rischio, basti pensare che per chi ha superato i 70 anni la probabilità di sviluppare un tumore è circa 10 volte più alta rispetto a chi si trova nella fascia tra i 60 e i 65 anni, e addirittura 40 volte maggiore rispetto a un adulto di 40 o 50 anni. Entrando ancora più nel dettaglio, già tra i 60 e i 69 anni la statistica si fa ravvicinata: un uomo su 5 e una donna su 8 si trovano a dover affrontare una diagnosi di tumore. Nella popolazione anziana, le forme di cancro che vengono riscontrate con maggiore frequenza riguardano specifici organi e comprendono, in particolare, i tumori di: Prostata; Polmone; Mammella; Colon-retto; Vescica; Stomaco; Pancreas.

Le strategie terapeutiche
Per molto tempo, la cura dei tumori nei pazienti anziani è stata considerata una semplice estensione dei protocolli usati per i giovani, partendo dal falso presupposto che curare un anziano fosse come curare un adulto solo un po’ più avanti con gli anni. Questo pregiudizio ha generato frequenti errori di gestione, portando spesso al “sovratrattamento” (cioè a cure troppo aggressive) delle persone più deboli. Le conseguenze cliniche sono state pesanti: tossicità elevate e danni a più organi, interruzioni precoci delle terapie e un aumento della mortalità causata dagli effetti collaterali stessi, piuttosto che dalla malattia. Oggi, fortunatamente, la prospettiva è cambiata grazie all’oncogeriatria, una disciplina che promuove trattamenti su misura basati non più sull’età scritta sulla carta d’identità, ma sulle reali condizioni fisiche e mentali della persona, sulle maggiori o minori comorbidità e sulla sua autonomia.

Per guidare i medici in queste scelte delicate, i pazienti over 65 vengono suddivisi in tre grandi categorie clinico-funzionali:
• Fit (robusti): Sono gli anziani in buona salute, con un’ottima riserva di energia e malattie preesistenti ben controllate. Gli studi dimostrano che questi soggetti sopportano gli effetti collaterali delle terapie anticancro esattamente come i giovani, ottenendo risultati terapeutici del tutto simili. Per loro, i trattamenti standard rimangono l’opzione migliore.
• Vulnerable (intermedi o unfit): Presentano qualche iniziale limitazione nelle attività quotidiane o patologie controllate solo parzialmente. Avendo un rischio moderato di soffrire per gli effetti collaterali, richiedono un attento monitoraggio e un preciso adattamento delle dosi e dei protocolli terapeutici.
• Frail (fragili): Sono persone con una salute molto delicata e diverse malattie coesistenti. In questo gruppo, i tentativi di cure aggressive comportano svantaggi di gran lunga superiori ai vantaggi, trasformandosi in un percorso pericoloso a fronte di benefici minimi. Per i pazienti fragili la terapia deve essere ridotta al minimo e fortemente personalizzata o, quando appropriato, orientata esclusivamente alle cure palliative per garantire la migliore qualità della vita possibile senza inutili sofferenze.
Per definire con precisione in quale di queste categorie si trovi il paziente, gli specialisti si aiutano oggi con specifici test di valutazione geriatrica. Tuttavia, nonostante l’efficacia di questo approccio, i medici oncologi formati per personalizzare le terapie nei pazienti più fragili sono ancora pochissimi. Diventa quindi una priorità assoluta che i decisori politici e i responsabili della sanità pubblica si facciano carico di questo problema, investendo nella formazione di esperti per garantire a una popolazione sempre più longeva cure giuste, dignitose e sostenibili.

Per valutare la salute generale del paziente e prevedere come reagirà alle cure, i medici possono utilizzare test specifici. Uno dei principali è l’Indice di Charlson, che serve a misurare l’impatto delle altre malattie già presenti sull’organismo, attribuendo un punteggio (vedi tabella 1).

Tabella 1: Indice di Charlson

Indice di comorbilità di Charlson (1) e (2)
Comorbilità - Punteggio
Malattia epatica live 1 Infarto del miocardio 1
Diabete 1 Insufficienza cardiaca congestizia 1
Emiplegia 2 Malattia vascolare periferica 1
Malattia renale moderata o grave 2 Malattia cerebrovascolare 1
Tumore maligno (qualsiasi) 2 Demenza 1
Leucemia 2 Broncopneumopatia cronica 1
Linfoma maligno 2 Malattia del connettivo 1
Malattia epatica moderata o grave 3 Gastrite ulcerosa 1
Tumore maligno metastatico 6
Aids 6
+6 indica 40% in meno di sopravvivenza in 5 anni

Un punteggio elevato al Charlson Comorbidity Index, superiore a 6, si associa a una minore sopravvivenza a lungo termine e a un
maggiore rischio di complicanze e tossicità correlate ai trattamenti.

Per monitorare invece gli effetti collaterali dei farmaci in tempo reale, si usa un doppio sistema di controllo:

• La valutazione del medico (Scala CTCAE): una guida usata dall’oncologo per registrare e classificare la gravità dei danni
causati dalle terapie a carico del sangue, del cuore, del sistema nervoso, dell’apparato digerente e degli ormoni.

• Il diario del paziente (Sistema PRO-CTCAE): moduli compilati direttamente da chi riceve le cure, in cui il paziente segnala disturbi personali e soggettivi come la fatigue (la stanchezza estrema), il dolore, l’affanno, i formicolii a mani e piedi, la diarrea o le infiammazioni in bocca.

Questo incrocio di dati permette all’équipe medica di avere un quadro immediato e di proteggere il paziente, modificando o sospendendo le cure prima che gli effetti collaterali diventino troppo pericolosi.
Tra questi anche il test: “Cammina e Vai” (TUG – Timed Up and Go) è molto importante per valutare l’equilibrio, la facilità di movimento e la fragilità fisica di una persona. L’esercizio è semplicissimo: la persona deve alzarsi da una sedia, camminare per 4 metri, girarsi, tornare indietro e sedersi di nuovo. Il medico misura i secondi impiegati.

La valutazione dei risultati sarà:
• Meno di 10 secondi: La mobilità è ottima e normale.
• Tra 10 e 20 secondi: I movimenti iniziano a essere un po’ più rallentati.

• 20 secondi o più: C’è una netta riduzione della mobilità. Questo punteggio è un chiaro segnale di fragilità fisica e indica un alto rischio di cadute.

Anziani, obesità e rischio oncologico

L’obesità è oggi riconosciuta come una malattia cronica complessa e recidivante, associata a un aumento del rischio di patologie cardiovascolari, diabete tipo 2 e numerose neoplasie. In ambito oncologico, l’eccesso di adiposità, soprattutto viscerale, si
associa a un rischio più elevato di tumori.

Il grasso viscerale riveste un ruolo particolarmente rilevante perché favorisce infiammazione cronica di basso grado, insulino-resis-tenza e alterazioni metaboliche che possono contribuire alla cancerogenesi e al peggioramento del profilo di rischio complessivo.

L’Italia ha compiuto un passo storico: con l’approvazione definitiva della Legge n. 149/2025, è diventata il primo Paese al mondo a riconoscere ufficialmente l’obesità come una malattia cronica.
Inoltre, a inizio 2026, la comunità scientifica ha firmato la “Carta di Erice sull’Obesità”, un manifesto che fissa i pilastri per curare la patologia sul territorio attraverso centri specializzati, promuovendo lo sport e uno stile di vita sano per spegnere l’infiammazione causata dal grasso in eccesso.

Anche la diagnosi è cambiata: il vecchio Indice di Massa Corporea (IMC) non basta più perché non distingue i muscoli dal grasso. Oggi si valuta la distribuzione del grasso addominale, molto più pericoloso per il cuore. Il parametro di riferimento è il rapporto tra il girovita e l’altezza, che deve restare sotto lo 0,5 sia per gli uomini che per le donne. Ad esempio, una persona alta 170 cm dovrebbe avere
una circonferenza della vita inferiore a 85 cm.

Mantenere uno stile di vita attivo e praticare regolarmente attività fisica apporta benefici straordinari a tutto l’organismo, agendo come una vera e propria medicina naturale. A livello generale, il movimento influisce positivamente su tre pilastri della nostra salute:

• Mente e umore: Riduce lo stress e attenua i sintomi di ansia e depressione perché stimola la produzione di endorfine (gli
“ormoni della felicità”), migliorando l’autostima e la fiducia in sé stessi.

• Cuore e circolazione: Rinforza il muscolo cardiaco, abbassa la pressione arteriosa e migliora il flusso del sangue, riducendo
drasticamente il rischio di infarto e ictus.

• Muscoli e ossa: Mantiene il corpo forte ed elastico, contrastando la perdita di massa muscolare e riducendo il rischio di osteoporosi e fratture.

Oltre a questi vantaggi universali, le evidenze scientifiche più recenti confermano che l’attività fisica regolare ha un altissimo valore clinico anche in oncologia. Un’ampia revisione pubblicata sul British Journal of Sports Medicine ha dimostrato che seguire programmi di esercizio strutturati migliora la salute delle persone che stanno affrontando un tumore, sia durante che dopo le terapie ed anche ridurre la tossicità dei trattamenti farmacologici specifici.

In conclusione, l’attività fisica è una parte fondamentale della terapia contro i tumori. Per garantire efficacia e sicurezza, ogni programma deve essere adattato a misura del paziente, rispettandone l’età, l’autonomia, le altre patologie e la fase della cura.

Il medico oncologo che tratta un anziano con cancro dovrebbe saper effettuare trattamenti personalizzati per unfit (con ridotta riserva funzionale e maggiore vulnerabilità, ma ancora candidabili a trattamenti adattati) e frail (fragili, con compromissione multidimensionale e necessità di approcci terapeutici più conservativi e di supporto), con minima tossicità ed effetti collaterali o tratta-
mento solo palliativo. Oggi sono ancora pochissimi gli esperti di questo tipo. I decisori politici dovrebbero farsi carico di ciò e con
massima priorità, visto il continuo incremento di questa categoria di pazienti.

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