Epidemiologia

Ogni anno in Europa colpisce oltre 500.000 donne registrando un incremento del 25% negli ultimi 10 anni. Il rischio medio, per le donne europee, è di 1:8.

Ed in Italia? Pochi numeri: prima causa di morte tra i 35 ed i 50 anni, circa 48.000 nuovi casi per anno, rischio di 1:8 nel corso della vita, 520.000 donne (una città di medie dimensioni) attualmente affette, abbastanza omogeneamente distribuite per fasce di età (20% al di sotto dei 50 anni di età, 45% tra i 50 e 69 anni – età dello screening mammografico- e 35% al di sopra dei 70 anni). L’impatto emotivo di queste informazioni va controllato alla luce dei recenti dati riguardo la sopravvivenza inseriti nel rapporto AIRTUM 2014 (oltre l’85% a 5 anni).

Insomma, altissime sopravvivenze in tutte le fasce di età colpite. Ma che succede se valutiamo la sopravvivenza a seconda dello stadio clinico in cui intercettiamo la malattia?

Più la diagnosi è precoce e più è alta la sopravvivenza, tanto da poter affermare che in stadio subclinico (cioè quando la lesione non è palpabile e la diagnosi è frutto della prevenzione), il cancro al seno possa essere sconfitto sino al 98% dei casi. E se vediamo la tendenza nel corso degli ultimi 40 anni, osserviamo che la forbice tra incidenza e mortalità si allarga sempre più: quindi è vero sempre più casi, ma è altrettanto vero sempre meno sconfitte.

 

La prima domanda che vi siete posti è stata sicuramente: “Quali sono le cause di questo aumento di incidenza?”.

Tutti i tumori riconoscono fattori di rischio multipli e concorrenti, genetici ed ambientali. Il tumore al seno non fa eccezioni: qui basti dire che l’impatto della genetica non è altissimo (intorno al 10% dei casi). Il resto lo fa l’ambiente, l’alimentazione, gli ormoni cioè dove e come viviamo…

 

La seconda domanda riguarda a cosa dobbiamo il miglioramento della “prognosi”, cioè la diminuzione della mortalità.

A riguardo esistono dati più concreti e scientificamente validati: è dovuto in gran parte alla diagnosi precoce e, pertanto, prevalentemente alla validità dei programmi di screening. In 5 anni in Italia la mammografia eseguita in assenza di sintomi è passata dal 58% (1999-2000) al 71% (2004-2005); nel 1987 era eseguita da meno del 25% delle donne (dati ISTAT). Certamente poi, anche la efficacia di terapie chirurgiche, oncologiche e radioterapiche sempre più personalizzate e mirate ha un’azione determinante sulla sopravvivenza libera da malattia.

 

 

Prof. Augusto Lombardi

U.O.S. Chirurgia Senologia

A.O. Sant’Andrea – Roma

Sapienza Università di Roma

 

Il seno

Nessuna immagine occupa in maniera maggiormente pervasiva la nostra vita di quella del corpo umano. In qualunque momento della nostra giornata immagini di corpi appaiono ovunque. Oggi come in passato, il seno femminile è l’immagine più ricorrente, fonte insieme di desiderio e di sicurezza, immagine tanto rassicurante quanto foriera di benessere, salute e armonia.

(Alberto Agazzani da: “Foemina il seno nell’ arte e nella medicina” mostra tenutasi presso l’Azienda Ospedaliera S. Andrea, Roma ottobre 2010)

 

Sara’ forse per questo che se…

“scoprire di avere un tumore è un’esperienza drammatica, che colpisce a fondo e cambia la vita di una persona, il tumore al seno ha forse un impatto ancora più forte, perché colpisce le donne in un punto strettamente legato alla femminilità, alla maternità, allo stesso essere donna.

Nella lotta contro questa malattia già tanto è stato fatto. E’ evidente però che ancora molto c’è da fare, e che una sfida di queste dimensioni deve vedere l’impegno e la collaborazione di tutti i soggetti coinvolti: Istituzioni, Autorità Sanitarie, Comunità Scientifica, Associazioni e Aziende Farmaceutiche”, ma forse, prima di tutto, delle stesse donne coinvolte….

“Oggi il tumore al seno, se diagnosticato in tempo e trattato correttamente, sempre più spesso può essere sconfitto. Ma oggi è importante anche dare un messaggio di speranza per chi si trova ad affrontare la realtà negli stadi più avanzati, e che, grazie ai progressi della ricerca ed alle innovazioni terapeutiche, ha prospettive impensabili fino a qualche anno fa, sia come possibilità di controllare la malattia, sia dal punto di vista della qualità della vita.”

(Maurizio de Cicco da “Foemina il seno nell’ arte e nella medicina”, mostra tenutasi presso l’Azienda Ospedaliera S. Andrea, Roma ottobre 2010)

A colloquio con Susan Knox

susan knox

A colloquio con Susan Knox, direttore esecutivo di EUROPA DONNA (ED)

a cura di Arianna Alberti

Ho conosciuto Europa Donna

qualche anno fa: un logo in un bigliettino da visita della “nostra” Adriana, allora delegata europea per l’Italia. «Sarà una delle tante grandi associazioni “solo chiacchiere e distintivo”» – mi sono detta. Concretamente, poi, che potrà mai fare una “breast cancer coalition”? Sono stati soprattutto l’impegno profuso da un medico del calibro, e dal cuore, di Adriana Bonifacino e il nome del suo fondatore, Umberto Veronesi – uno scienziato che tutto il mondo ci invidia (e a cui tutte noi, donne operate al seno e non, dobbiamo esser grate) – a farmi scattare la curiosità, anche professionale, di informarmi meglio. Di capire come e perché una lobby per il seno.

 

È così che scorrendo il materiale informativo sul sito di Europa Donna mi sono imbattuta in un articolo dal titolo “From unwanted interference to indispensable partner” (letteralmente “Da interferenza indesiderata a partner indispensabile”).

L’articolo ripercorre la storia di Gloria Freilich e le tappe che l’hanno condotta ad essere la prima presidente di Europa Donna – European Breast Cancer Coalition: dal racconto della sua esperienza personale, che la portò nel 1987 a fondare “Cancerkin” e a creare il primo centro dedicato al carcinoma della mammella in Gran Bretagna, alla chiacchierata in taxi con Umberto Veronesi, alle prese con il suo progetto di dar vita a una grande coalizione europea sull’esempio della American National Breast Cancer Coalition, fino all’annuncio, a sorpresa, che lo stesso Veronesi diede un anno dopo questo incontro al termine della conferenza europea degli specialisti senologi a Lisbona: la nascita di Europa Donna e la sua nomina a primo presidente.

Ma è un episodio, citato all’inizio dell’articolo, ad avermi colpito. È il 1997, la Freilich, presidente di Europa Donna da circa tre anni, ha appena iniziato il suo intervento a un importante meeting di oncologi di Lisbona per parlare della nuova organizzazione, “disegnata dalle donne per le donne”, quando un medico in sala si alzò e la apostrofò chiedendole che diritto avesse una “profana” di intervenire a un appuntamento scientifico così importante di fronte a un migliaio di oncologi. «È il diritto di chi rappresenta l’altra espressione dell’equazione medica: il punto di vista del paziente» – tagliò corto la Freilich proseguendo, indisturbata, il suo intervento.

Proprio le parole della Freilich mi sono tornate alla mente quando Susan Knox, direttore esecutivo di ED dal 1999, ha accettato l’invito a rilasciare un’intervista a IncontraDonna e mi sono sembrate un buon punto di partenza per una conversazione, di cui ringraziamo la dottoressa Knox, che ci aiutasse a comprendere meglio la mission e gli obiettivi di questo grande movimento di opinione europeo per la lotta la tumore al seno, che oggi è presente in 45 Paesi paneuropei.

 

Dottoressa Knox, un episodio come quello accaduto a Lisbona, oggi, a 13 anni di distanza, sarebbe impensabile. Il punto di vista del paziente è ora un elemento intrinseco al dibattito internazionale sia scientifico che politico sui temi che riguardano il tumore al seno e, più in generale, la salute e la sanità.

Innescare un cambiamento culturale di questa portata non deve essere stata un’operazione semplice, soprattutto all’inizio. Quali sono state le resistenze più forti che nella sua esperienza ultradecennale in ED ha potuto toccare con mano?

Devo dire che inizialmente è mancata la fiducia in quello che avremmo potuto ottenere e di conseguenza è mancato anche il sostegno all’attività che fin da subito ci ha visto impegnati.

Molti membri, tra i medici, non pensavano, per esempio che i pazienti davvero volessero, o fossero in grado di partecipare alle decisioni inerenti le loro cure.

Riguardo al nostro lavoro di “advocacy”, ovvero di tutela dei diritti dei pazienti, c’era la preoccupazione che i rappresentanti dei pazienti potessero solo rappresentare i propri interessi particolari e che inoltre potessero essere sopraffatti dall’emotività in occasioni come i meeting pubblici o i comitati per i progetti di ricerca.

Molto è cambiato e tanti progressi sono stati fatti perché gli esperti, in tutti i settori, si sono resi conto del valore e del contributo importante che queste figure possono dare in questo campo, soprattutto nel portare avanti la causa a livello politico. Ora la maggior parte dei professionisti della sanità, in tutti i settori che riguardano il cancro al seno, chiedono il nostro supporto, il nostro coinvolgimento e la nostra partecipazione per promuovere in tutta Europa le migliori pratiche per questa patologia.

La voce del paziente è ora una voce potente, oltreché necessaria, specie quando si tratta di convincere il mondo politico, come i sistemi sanitari e i governi.

 

Una mission, tante culture. Europa Donna in pochi anni è riuscita ad essere rappresentata in ben 45 Paesi – dalle nuove repubbliche dell’ex Unione Sovietica ai paesi più ricchi dell’Unione Europea – ognuno dei quali ha un suo Forum nazionale. Ci può spiegare come funziona questa grande “coalizione” e quali sono i suoi punti di forza e le sue criticità?

La coalizione è guidata da un Comitato esecutivo di donne elette dai rappresentanti nazionali di ciascun Paese membro.

Abbiamo uno statuto che delinea le responsabilità in capo alla Coalizione e ai suoi membri.

I programmi e le priorità decise dal Comitato sono poi portate avanti dall’Ufficio centrale della Coalizione, che ha sede a Milano, e che è da me diretto.

Ogni Forum è autonomo ma svolge le sue attività in accordo con gli obiettivi e le priorità decise da ED, di cui parlerò in seguito.

Questo rappresenta una forza incredibile: abbiamo un insieme di standard, di priorità per le quali stiamo combattendo a livello europeo, un lavoro svolto insieme alle istituzioni europee, e contemporaneamente abbiamo 45 organizzazioni di base, nazionali, che combattono nello stesso tempo per questi stessi obiettivi a livello nazionale e regionale.

È una combinazione potente ed è il vero nucleo della forza della Coalizione.

 

Dieci obiettivi guidano da statuto il lavoro dei singoli Forum e del Comitato europeo e ben due obiettivi riguardano il tema dell’informazione. In una società iper-informata come la nostra, non crede sia ancora più difficile per il cittadino lettore-telespettatore-internauta fare scelte consapevoli, distinguendo la migliore qualità dell’informazione eventualmente proposta? Più che disinformato oggi il paziente è “spaesato”…

Certamente, è difficile per le persone valutare tutto il materiale oggi disponibile. Perciò per noi è importante continuare ad informare il pubblico sulla nostra organizzazione e su quello che cerca di fare.

Innanzitutto è importante che si sappia che ED è un’organizzazione a tutela dei diritti dei pazienti “basata sui fatti” e che oggi abbiamo una serie di linee guida su cui è orientata la nostra attività: le linee guida per la qualità dello screening e della diagnosi del tumore al seno (“EU Guidelines for quality assurance in breast cancer screening and diagnosis”) sono un potente strumento che ci permette di lavorare sui medesimi obiettivi sia a livello europeo che nazionale. Tutti noi lavoriamo alla realizzazione degli stessi servizi nei modi previsti da queste linee guida.

 

Quali sono gli obiettivi primari che vi proponete di raggiungere a livello europeo nel breve periodo e quali sono i risultati più importanti ottenuti da ED in un decennio di attività?

La coalizione oggi ha quattro priorità principali per il lavoro di “advocacy” nella lotta al tumore al seno a livello europeo, che sono: l’introduzione di programmi di screening mammografico nazionali in tutti i paesi, da attuare secondo quanto previsto dalle summenzionate linee guida europee; l’introduzione di “breast units” in tutti i paesi, sempre da realizzare secondo i criteri previsti dalle linee guida europee; lo sviluppo di Registri nazionali per il tumore al seno ed infine la promozione della ricerca in questo campo.

L’Ufficio centrale della Coalizione, con sede a Milano, condivide la responsabilità, insieme al Comitatao di ED, nel portare avanti una serie di progetti a livello europeo finalizzati agli obiettivi chiave della formazione, informazione e lobby.

Negli ultimi 10 anni siamo riusciti a realizzare iniziative importanti, come:

La European Breast Cancer Conference, conferenza europea sul tumore al seno organizzata insieme ad Europa Donna, EUSOMA e EORTC (la European Organisation for Research and Treatment of Cancer), che si svolge ogni due anni e che riunisce 5mila tra medici, ricercatori, operatori sanitari e associazioni di pazienti provenienti da tutto il mondo.

La “Europa Donna Pan-European Advocacy Conference”, che si tiene ogni due anni e che riunisce oltre 200 associazioni di pazienti di tutta Europa. La prossima si svolgerà a Malta nel 2011.

Lo “European Breast Cancer Advocacy Training Course”, corso di formazione, della durata di due giorni e mezzo, che si svolge ogni anno a Milano e che è finalizzato a istruire e aggiornare le nostre rappresentanti su come avviare e portare avanti programmi di informazione e lobby sia nel proprio paese sia a livello europeo.

Si tratta di un’iniziativa di fondamentale importanza per dotare le nostre attiviste delle necessarie competenze e informazioni nel campo scientifico e delle “best practices” (i migliori trattamenti possibili conosciuti per il carcinoma mammario), per approfondire gli aspetti che riguardano le Linee Guida europee, le modalità di comunicazione e l’attività di lobby per questi servizi a livello locale.

Il National Representative Day, la Giornata dedicata agli attivisti, che ora si svolge ogni anno e che riunisce i rappresentanti nazionali di ogni Paese membro per discutere temi e aspetti di interesse comune con sessioni formative ad hoc.

Lo European Parliament lobbying and information programme, il programma di lobby e informazione svolto al Parlamento europeo che organizza incontri ed eventi in questa sede e che ha “portato a casa” due Risoluzioni sul tumore al seno, nel 2003 e 2006 – documenti, anche questi, che sono alla base della nostra attività di lobby nei Parlamenti nazionali.

Lo scorso marzo questo programma ha prodotto un importante risultato: la Dichiarazione del Parlamento europeo sulla lotta contro il cancro al seno nell’Unione europea, approvata a maggioranza.

Il Breast Health Day, la Giornata dedicata alla salute del seno, che è stata lanciata il 15 ottobre 2008 con un grande evento mediatico affinché prendesse il via una campagna di consapevolezza mirata alla prevenzione e alla diagnosi precoce. Ora è diventata un “evento globale”. Sul sito  www.breasthealthday.org, dedicato a questa Giornata sono ora disponibili la “Breast Health Guide”, la nostra Guida alla salute del seno, e altri materiali relativi alle nostre campagne di informazione.

Il Public service announcement, una campagna mediatica lanciata in tutti gli Stati membri al fine di promuovere la consapevolezza del diritto di ogni donna a ricevere i servizi contemplati nelle Linee guida europee per la qualità dello screening e della diagnosi del tumore al seno.

Pubblicazioni e web: ED produce una vasta serie di pubblicazioni, newsletter annuali, informative via e-mail e altri materiali disponibili sui siti www.europadonna.org e  www.breasthealthday.org. Come la “Short Guide to the European guidelines”, una breve guida agli orientamenti europei, pubblicata e tradotta in 11 lingue per essere utilizzata nei progetti nazionali.

L’Attività di promozione della ricerca sul cancro al seno è una delle nostre priorità chiave e abbiamo partecipato attivamente ad alcuni tra i maggiori programmi di ricerca in Europa. Siamo rappresentati in seno al Comitato Scientifico del Breast International Group (BIG), siamo membri del Consorzio TRANSBIG nonché partner del MINDACT Trial – lo studio multicentrico condotto da questo Consorzio e supportato dalla Commissione europea, che vede i rappresentanti di ED far parte del Comitato direttivo, del Comitato Legale/Etico e dello Spreading of Excellence Committe, un comitato deputato a diffondere le informazioni.

Nella sua veste di associazione a tutela dei diritti dei pazienti ED è attivamente rappresentata anche nei comitati di altri programmi di ricerca ed ha anche pubblicato un opuscolo titolato “Breast Cancer and Clinical Trials” (Tumore al seno e Trial clinici) proprio per spiegare ai non addetti ai lavori cosa sono i trial clinici.

 

Come ha spiegato prima, grazie al Gruppo parlamentare europeo lanciato da ED, sono passate due importanti Risoluzioni e di recente è stata presentata anche una Dichiarazione scritta sulla lotta contro il cancro al seno nella UE, che invita la Commissione Europea a impegni ben precisi. Si può dunque dire che le istituzioni europee si sono dimostrate partner ricettivi.

Sì, il Parlamento Europeo e la Commissione Europea sono due partner fondamentali per promuovere le migliori pratiche in Europa e per fornirci il supporto necessario a realizzare programmi in linea con la mission della nostra Coalizione. Ci hanno aiutato moltissimo nelle nostre attività e nel tener alto il tema della lotta al cancro al seno nella agenda della sanità pubblica.

Proprio di recente la Commissione ha approvato un finanziamento per sostenere la nostra “Advocacy Leader Conference,” che si terrà il prossimo settembre, e come ho già detto il Parlamento ha approvato il marzo scorso la Dichiarazione sulla lotta contro il cancro al seno nell’Unione Europea. È la Commissione poi che finanzia e pubblica le Linee Guida europee per la qualità dello screening e della diagnosi, di cui ED pubblica la “Short Guide”, una breve guida di questo importante documento tradotta in unidici lingue e che è uno strumento fondamentale per promuovere l’informazione alle donne e al grande pubblico in tutta Europa.

 

Informazione, formazione e lobby sono le 3 principali aree di attività di ED. Quale di queste richiede un impegno più forte?

Sono così legate l’una all’altra che non è possibile fare una distinzione. Devo dire comunque che il comun denominatore è l’aspetto “educativo”, di diffusione delle conoscenze. Il vero “nocciolo” del nostro movimento di tutela dei diritti dei pazienti, di “advocacy”, è proprio quello di essere un’organizzazione basata sulle evidenze scientifiche.

Tutti gli attivisti di ED hanno bisogno di una formazione e aggiornamento up-to-date, tutti noi dobbiamo possedere tutte le più accurate e aggiornate informazioni disponibili su questo argomento.

 

È stato difficile per un movimento di opinione come il vostro rimanere indipendenti, non subire l’influenza del mondo clinico, delle aziende farmaceutiche, della politica?

Su questo punto dobbiamo sempre essere vigili e attenti, anche se fin dagli esordi ED si è sempre data degli standard molto alti a riguardo. Abbiamo stabilito delle procedure di revisione atte a garantire che tutte le nostre attività siano valutate molto attentamente. Indipendenza e trasparenza sono importanti per mantenere la nostra credibilità come organizzazione. La nostra politica di sponsorship si è sviluppata nel 2004 e i nostri bilanci certificati e i rapporti annuali sono pubblicati sul nostro sito  www.europadonna.org.

 

Il bilancio della vostra attività è estremamente positivo. Molto è stato fatto ma molto ancora resta da fare.

Certamente si sono fatti progressi in questi ultimi 10 anni. Sono oltre 22 i programmi nazionali di screening già in corso o in fase di attuazione; continua l’introduzione delle breast unit nei paesi europei, sebbene la diffusione sul territorio sia a macchia di leopardo.

La scarsità di risorse economiche che molti sistemi sanitari nazionali devono fronteggiare è il vero grande ostacolo all’introduzione di questi importanti servizi come anche delle nuove cure. Perciò i nostri sforzi rimangono concentrati su questo forte impegno.

Europa Donna continua a mobilitare le donne in tutta Europa per far sì che tutte le donne – a prescindere dalla loro cultura, nazionalità e staus socioeconomico – abbiano accesso a un’informazione accurata e aggiornata sulle prestazioni e i servizi relativi a questa patologia e abbiano pari condizioni di accesso ai migliori servizi disponibili relativi alla diagnosi precoce, alla diagnosi, al trattamento e al follow-up.

Angelina come me

Di Silvia Mari

La storia di Angelina mi raggiunge una mattina

La storia di Angelina Jolie mi raggiunge una mattina, mentre sono seduta alla mia postazione, pronta per iniziare la consueta giornata di lavoro. Sono stupita e sconvolta come se in fondo avessi la sensazione che certi problemi di vita non possano colpire le celebrità e le loro vite fortunate. Un secondo dopo lo stupore provo gioia perché vedo già lo tsunami mediatico che si consuma in queste ore e me ne rallegro perché, pur con tutte le insidie e i rischi, accendere la luce su un tema che ancora fatica ad essere trattato degnamente è un merito ed è un’occasione.
Il clamore raggiunge anche me che il 13 dicembre 2007 ho scelto, come la Jolie, a 28 anni, di togliermi il seno perché portatrice di una mutazione genetica, nel mio caso BRCA2, che espone all’altissimo rischio di sviluppare il cancro del seno in giovane età (intorno all’80%) e il cancro dell’ovaio secondo percentuali ridotte. Da questa esperienza era nato un libro-documento “Il Rischio” che questa testata (www.altrenotizie.org),  con cui collaboro da tempo, ha ospitato sulla propria home page dal 2010 ad oggi e che ha raggiunto e ha informato numerose donne, dal Nord al Sud del paese. E’ difficile essere rapiti dal frastuono dei media e cercare di dare risalto ai mille volti di storie come la mia.
Il coro dei pareri, i favorevoli e i contrari, rischiano spesso di ridurre e semplificare una scelta che non può che essere complessa e ricca di tanti aspetti da considerare. Purtroppo, la tentazione di dire “è giusto o sbagliato” prima di capire è dietro l’angolo. Ho deciso di rivolgermi alla chirurgia preventiva dopo aver seguito un lungo ed articolato percorso multidisciplinare di sostegno e preparazione, dopo aver vissuto anni nella sorveglianza speciale riservata ai mutati e soprattutto dopo aver avuto in mano una diagnosi del mio rischio genetico che è cosa ben diversa dalla vaga familiarità. Slegare la decisione da questa evidenza clinica e associarla alla paura del cancro, come ho letto in qualche titolo d’assalto, snatura completamente l’analisi di questa condizione di predisposizione genetica. Alle persone come me la medicina oggi può offrire la sorveglianza, la farmaco prevenzione – peraltro poco caldeggiata perché non dà garanzie chiare di protezione nel tempo – , la chirurgia.
Pensare che una donna giovane e in salute possa decidere di rinunciare al proprio seno, non un organo neutro come tanti altri, solo per paura o perché ha avuto qualche caso di tumore in famiglia, come ho letto o sentito, significa non voler parlare con rigore di cosa sia il rischio genetico. Peraltro le donne che portano in dote una mutazione di questa natura vengono da famiglie che sono state colpite duramente dal cancro  e hanno vissuto pienamente – ahimè-   nella conoscenza e consapevolezza della malattia. Nel mio caso decidere di togliere il seno che aveva questo altissimo rischio di ammalarsi è stato anche un modo per non attendere inoperosa, come una certa cultura fatalista impone, il probabile arrivo della malattia. Ho voluto agire, essere protagonista, utilizzare la conoscenza come un vantaggio e liberarmi o ribellarmi. Era questa la mia sola possibilità di riscatto.
La mastectomia preventiva è prevista nelle Linee Guida del Ministero della salute italiano e forse, grazie anche all’outing di una donna celebre, è venuto il momento di parlarne di più e meglio di quanto non sia avvenuto finora, abbandonando pregiudizi e dogmi anche da parte di molti medici. Ancora una volta l’Italia, che pure prevede questa tipologia di intervento, rispetto ad altri paesi europei e agli USA fatica a vedere in questa opzione una strada da presentare alle donne interessate senza offuscarla con atteggiamenti di resistenza culturale o di rifiuto pregiudiziale in nome della prudenza, dell’attesa, spesso della non reale comprensione di cosa significhi vivere sotto monitoraggio con un rischio di ammalarsi che sfiora la certezza. Si fa fatica a  mettere sul tavolo i numeri del rischio e le armi a disposizione per arginarlo, ad entrare nel merito dell’intervento chirurgico, a parlare di chirurgia plastico-ricostruttiva contestuale, di tecniche e di innovazioni, dalle protesi ai tessuti autologhi, elementi fondamentali per l’elaborazione di una scelta consapevole e per restituire ad una donna la propria integrità e la propria immagine. Parlare di tutto questo significa anche parlare di Breast Unit, di centri specialistici dove recarsi, di informazione a tutti i livelli.
Oggi a 34 anni rifarei tutto quello che ho fatto. Una scelta tanto radicale e irreversibile non può mai essere il frutto di un’emozione. Ho deciso che raccontare poteva essere d’aiuto ad un’altra ragazza come ero io allora. A quella ragazza ho pensato quando ho scritto “Il Rischio” e quando ho parlato con i colleghi della stampa.
Non ho mai propagandato la mia scelta come una ricetta valida per tutti, ma ho sempre preteso che venisse restituita alla sua validità anche scientifica. Sono la prima a desiderare che la ricerca ci consenta di avvalerci di soluzioni meno invasive,  che la medicina possa offrirci di più che non l’attesa medicalizzata del cancro o l’asportazione del seno.
Ma per oggi, per questo presente che non ce lo offre, il coraggio di una donna che racconta se stessa, il dolore di perdere una madre, che offre la conoscenza dei suoi geni va riconosciuto come un vero e proprio inno alla speranza. La stessa che ancora prima dei miei 30 anni mi ha fatto scegliere come lei.
Da “Altre Notizie” giornale on-line (www.altrenotizie.org )

Leggi anche: Ereditarietà e cancro del seno di Silvia Mari in “Altri articoli”
Vedi anche l’intervista al seguente indirizzo:
http://www.ansa.it/web/notizie/videogallery/italia/2013/05/14/Angelina-Jolie-racconto-Silvia-Mari-anch-io-operata_8703340.html?

Volumi Ospedalieri e Cura

Una delle domande che piu’ di frequente ci si pone quando si scopre di avere un problema al seno e’: “ …e adesso dove vado a farmi curare?” 

 

Un articolo pubblicato su Annals of Surgical Oncology sembrerebbe rispondere a questa domanda.

In uno studio condotto in Belgio, 25.178 donne con diagnosi di carcinoma invasivo al seno, diagnosticato tra il 2006 e il 2008 e trattate in 111 diversi ospedali, sono state seguite per verificarne la sopravvivenza a cinque anni
(comunque molto buona).
Si e’ visto che a parità di fattori prognostici, vale a dire dopo aver considerato le diverse caratteristiche della malattia (età, grado, stadio), ciò che incideva maggiormente sulla sopravvivenza era il “volume” ospedaliero, ovvero il numero di pazienti con tumore al seno trattate(i) presso quell’ospedale in un anno. Ospedali che trattavano meno di 50 pazienti presentavano
la sopravvivenza piu’ bassa, quelli con più di 150 pazienti all’ anno la sopravvivenza piu’ alta.
Ad una analisi più dettagliata i fattori che sembravano influenzare positivamente questo dato erano:
la presenza all’interno dell’ ospedale di riunioni di team multidisciplinari, una diagnosi citologica e/o istologica preoperatoria, l’uso della chemioterapia neoadiuvante (se necessaria), la percentuale di interventi chirurgici di tipo conservativo, l’utilizzo della radioterapia adiuvante dopo un intervento chirurgico di tipo conservativo e la mammografia successiva (follow-up).
L’articolo concludeva che: “I benefici di sopravvivenza riportati negli ospedali a volume alto suggeriscono una migliore applicazione dei processi di cura raccomandati, giustificando la centralizzazione della cura dei tumori al seno in suddette strutture.”

 

P. Peltoniemi et al: Annals of Surgical Oncology (2011) 18:1684–1690 

 

Uno studio del “Sole 24”, anche se un po’ datato e parzialmente superato, ha analizzato in passato gli ospedali italiani sulla base del “volume” nel campo degli interventi al seno e potrebbe dare alcune indicazioni anche per la situazione italiana.
Sarà soprattuttonecessario ricordarsi di preferire sempre le strutture accreditate a livello nazionale e internazionale e quelle che presentano le cosiddette “Breast Unit” o Unità di Senologia, previste anche dalla legislazione
europea.

Il caso Angelina Jolie

Primavera e voglia di cibi leggeri

 

 

 

 

Caso Jolie, gli esperti: mastectomia preventiva è una delle opzioni

«Casi come il suo riguardano meno del 10% delle pazienti che affrontano un tumore del seno. Si tratta di quelle donne che hanno una forte familiarità e che, sottoponendosi a un test genetico, scoprono di avere delle mutazioni al gene Brca1 o Brca2».  Lo sottolinea Riccardo Masetti, direttore del Centro di senologia del Policlinico Gemelli di Roma e presidente della Komen Italia, commentando la rivelazione di Angelina Jolie di essersi sottoposta a una duplice mastectomia preventiva per ridurre il rischio di cancro al seno. «Quando si riscontrano queste anomalie in questi geni, il rischio di sviluppo di un tumore del seno aumenta fino all’80%» aggiunge Masetti. «In questi casi» sottolinea  Egidio Riggio, specialista in chirurgia plastica ricostruttiva ed estetica e microchirurgia presso l’Istituto nazionale tumori di Milano «si parla di tumori ereditari e il rischio interessa la mammella e l’ovaio pertanto si dovrebbe affrontare anche un’annessiectomia, ovvero l’asportazione delle ovaie». Invita alla cautela Umberto Veronesi, direttore scientifico dell’Istituto europeo di oncologia (Ieo): «È sicuramente una situazione complessa, e il discorso è diverso per ogni singola donna. Però, se la condizione di rischio per il tumore non genera un’ansia eccessiva, e non trasforma quindi la vita di tutti i giorni in una non-vita, allora obiettivamente ci sono più vantaggi a fare controlli ogni sei mesi, e scoprire l’eventuale tumore in epoca precocissima, quando le possibilità di guarigione sono del 98%». Il professore ha inoltre ricordato che, nonostante tutto, «la mastectomia radicale non annulla completamente il rischio di tumore, che rimane intorno al 5% anche dopo l’intervento di rimozione». Della stessa opinione Riggio, che ha ricordato come «per le donne a rischio ereditario, la chirurgia preventiva non deve rappresentare una scelta obbligata ma va serenamente ponderata rispetto alla decisione di eseguire per tutta la durata della vita, uno stretto monitoraggio strumentale degli organi a rischio. È doveroso precisare che il percorso che conduce a un intervento profilattico al seno è basato su indagini genetiche e test ematici, e non solo sulla storia familiare di una madre o di una sorella con carcinoma mammario».

 

HPV: un nemico da conoscere per potersene difendere

Primavera e voglia di cibi leggeri
Luciano Mariani  Responsabile HPV-UNIT
Istituto Nazionale Tumori Regina Elena – Roma

Luciano Mariani  Responsabile HPV-UNIT
Istituto Nazionale Tumori Regina Elena – Roma

L’HPV è un virus molto diffuso che si trasmette prevalentemente attraverso i rapporti sessuali e che colpisce uomini e donne. Esistono oltre 120 diversi tipi di HPV, ognuno identificato da un numero. L’infezione da HPV non presenta sintomi, cioè chi è infetto non sa di esserlo, ed è proprio per questo motivo che è estremamente diffuso e la trasmissione da una persona all’altra è difficilmente prevenibile. Nella maggior parte dei casi l’infezione regredisce spontaneamente senza provocare alcuna conseguenza, ma altre volte invece è causa  di alcune patologie. Quellapiù diffusa èla condilomatosi genitale.E’ una patologia non tumorale, che colpisce entrambi i sessi, ed è causata dall’infezione di HPV a basso-rischio (HPV 6 ed 11). I condilomi si presentano generalmente come delle proliferazioni sugli organi genitali e condizionano pesantemente la vita di coppia e di relazione. Il loro trattamento è fastidioso, talvolta decisamentedoloroso,e spesso ripetuto a causa dell’elevata recidività. Infatti, nonostante i trattamenti proposti, usualmente la laserterapia, o l’applicazione locale sotto controllo medico di alcune sostanze, questa malattia nel 30% dei casi si ripresenta. La maggior parte di questi pazienti sono giovani (18-25 anni), ma la condilomatosi è facilmente riscontrabile anche in età più avanzate.
Altri tipi virali (definiti non a caso ad alto-rischio, i cui principali sono l’PV 16 ed il 18) sono responsabili di ben altre patologie:tutti i tumori del collo dell’utero, una buona parte dei tumori della vulva della vagina, dell’ano, del pene e di alcuni tumori orofaringei (ed anche in quest’ultimo caso senza distinzione di sesso).Stiamo cioè parlando di alcuni virus con potenzialità davvero importanti ed è il motivo per cui, dopo il fumo di sigaretta, questi tipi di HPV sono considerati i maggiormente pericolosi sotto il profilo oncologico.
Sia ben chiara una cosa, però: non tutte le infezioni da virus ad alto-rischio sfociano in cancro del collo dell’utero!! Ci mancherebbe altro, anche perché le infezioni statisticamente più frequenti sono proprio queste. Eppure, tutti i cancri del collo dell’utero sono associati a questo virus. Detto con altre parole, raramente le infezioni da HPV ad alto-rischio portano al cancro del collo dell’utero, ma il 100% di questi ultimi si sviluppa dal virus. Per le altre sedi anatomiche sopra descritte l’HPV non è la causa necessaria, ma è coinvolto in una percentuale variabile dal 40 al 90% dei casi.
Ma gli effetti di questo virus forse non si fermano ancora qui. Studi sperimentali, e che necessitano però di ulteriori conferme,sembrano assegnare un ruolo all’HPV nella sterilità di coppia. Uno studio italianoha dimostrato che in coppie sottoposte a fecondazione assistita l’abortivitàè 4 volte superiore laddove l’uomo è portatore di HPV.Ma questo è un aspetto ancora lontano dall’essere dimostrato a pieno, e su cui è necessaria la massima prudenza divulgativa. Comunque è indiscutibile chel’HPV è un problema che riguarda non solo la donna e l’uomo, presi singolarmente come individui, ma coinvolge la coppia.
Allora emerge la domanda: come proteggersi? Sappiamo, per esempio, che il preservativo (che pur rimane un presìdio fondamentale, specie nei giovani con alta promiscuità sessuale) offre solo una protezione parziale dall’HPV. Ma un mezzo efficace per prevenire le malattie da HPV c’è, ed è la vaccinazione.Esistono due vaccini in commercio: un vaccino bivalente, che protegge da dall’HPV 16 e 18, ed un vaccino quadrivalente che protegge da 4 tipi di HPV(6, 11,16 e 18).Entrambi i vaccini sono indicati per la protezione nei confronti del cancro del collo dell’utero, ma ilquadrivalente è indicato anche per la prevenzione delle lesioni pre-tumorali della vulva e della vagina, e per la prevenzione dei condilomi genitali.
I vaccini si sono dimostrati efficaci e ben tollerati sia nelle sperimentazioni prima della messa in commercio, ma anche dopo l’inizio dei programmi nazionali di vaccinazione. Basti considerare che, al momento attuale, nel mondo, sono state erogate più di 100 milioni di dosi di vaccino.In Italia la vaccinazione HPV è offerta gratuitamente alle ragazze di 12 anni. Inoltre, per favorire l’accesso anche alle donne che rientrano nelle indicazioni, ma non nell’offerta gratuita, in molte regioni è stato attivato il social-price, ovvero la possibilità di ottenere la vaccinazione presso le Asl ad un prezzo di gran lunga inferiore rispetto a quello applicato in farmacia. Per i maschi, ad oggi il social-price è attivo solo in alcune regioni.
Inoltre, gli studi clinici confermano l’efficacia della vaccinazione anche dopo il debutto sessuale e in età decisamente più adulta. In effetti è possibile vaccinarci con il vaccino quadrivalente anche fino a 45 anni, ad un prezzo sociale. Comunque sia, in tutte le vaccinate deve essere ben chiaro che sarà necessario continuare a seguire con regolarità le scadenze dello screening per la prevenzione del cancro del collo dell’utero.
Infine va ricordata la possibilità di vaccinazione anche per il maschio fino a 26 anni, al medesimo prezzo sociale. Il razionale sta nel fornire, anche all’uomo, le chance di prevenzione offerte alla donna, per proteggersi dal cancro dell’ano e dalle altre patologie sopra descritte e che colpiscono anche il sesso maschile. Inoltre, la vaccinazione del maschio potrà diminuire la quota virale di trasmissione ai rispettivi partner. Insomma, si innesca un circolo virtuoso.
Ed è proprio per questo motivo che l’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena ha istituito un team di specialisti (sotto la sigla di HPV-UNIT) con l’obiettivo di dare risposte concrete alla popolazione (uomini e donne) che si vogliano avere notizie, fare diagnosi e terapia, oppure proteggersi dall’HPV mediante vaccinazione.

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