di Stefano Gentile

 

Il mio Oncologo di riferimento ha scelto il regime “intra-moenia” e cura i suoi pazienti in un Ospedale enorme che affaccia sul Grande Raccordo Anulare. I primi tempi, quando lo andavo a trovare per strani dolori all’addome la cosa più difficile era parcheggiare perfino la Smart. Oggi, no. Oggi ho il contrassegno handicap, entro alla grande salutando la guardia giurata e mi sistemo in una delle tante piazzole riservate, quelle con il pupazzetto in carrozzella, bianco in campo celeste. Il mio Oncologo di riferimento è un uomo sui cinquanta, cinquantacinque anni, non bello ma prestante, di altezza media, una chioma folta di ricci neri, curato a profumato. Ha una predilezione per una essenza di nicchia, il Penhaligon’s, nella fragranza Blenheim Bouquet, che lui grazie ad internet fa arrivare direttamente da Londra. Lui ha un fisico asciutto, direi strutturato ed ha la passione per le maratone, per le quali ancora oggi si allena due tre volte alla settimana. Ne ha fatte diverse e tra queste anche la mitica maratona di New York.

 

Dopo circa mezz’ora di sala di attesa (che poi è l’androne davanti agli ascensori ) mi riceve, per sentenziare senza preamboli che inizierò alcuni cicli di chemio “adiuvante”. Così si chiama la chemioterapia da affrontare dopo una operazione chirurgica. E mi congeda, confermando che tutto è già organizzato. Comincerò tra una settimana all’IDI, Istituto Dermopatico dell’Immacolata, dove la dottoressa responsabile del Reparto Oncologia mi aspetta, al terzo piano della struttura che da ragazzo ho frequentato assiduamente per invadenti dermatiti alle mani ed ai piedi, poi spontaneamente scomparse con l’età, e dove delle infermiere affettuose e molto professionali, ancora oggi, una volta a settimana, mi sparano nelle vene il Paclitaxel, un farmaco a base di Taxolo. Speriamo che funzioni.

 

Tutto era cominciato due anni fa, con fastidiosi dolori al basso ventre ed un rigonfiamento sospetto ad un testicolo. Quello di sinistra. Per il mio Oncologo di riferimento la diagnosi, dopo palpazioni varie ed una biopsia localizzata, fu “facile” : tumore al testicolo.

Cavolo ! Ed ora che fare? “Beh mi disse il medico “Ti consiglio vivamente l’asportazione chirurgica dell’organo malato, prima che il tumore si estenda ai linfonodi, evento abbastanza probabile se non interveniamo”.

 

E così, con due Freccia Rossa, Roma-Milano e Milano-Roma all’Istituto Italiano Tumori lasciavo non un testicolo ma entrambi, perché il chirurgo urologo (oncologo anche lui) mi aveva chiesto se io avessi tenuto in maniera particolare a conservare il destro. E siccome alla mia età non avrei saputo che farmene, tornai a Roma con due belle palle nuove, perché lo scroto era stato utilizzato per ospitare due protesi in gel di silicone. Sicché l’estetica era salva, anzi ne aveva guadagnato.

 

Nei miei due anni di battaglie, di sale d’aspetto ne avrò viste più di una ventina. Una diversa dall’altra. Stanze, stanzoni o corridoi. Quasi tutte disadorne, equipaggiate con sedie per lo più metalliche, o in alluminio o cromate (forse si disinfettano meglio ?). Abbastanza rare le poltroncine. Non un fiore, non un giornale. Il corridoio è anche più alienante perché talvolta vi transitano dei pazienti in barella, con flebo penzolanti, quasi sempre molto malconci. Quando dicono: “Si accomodi in sala d’attesa”, scatta la prima piccola angoscia, perché non sai chi ci trovi, quanti sono lì prima di te… e tu li saluti quando entri, ma pochi ti rispondono, alcuni con un incomprensibile mugugno.

 

I pazienti oncologici ed i loro parenti (moltissimi sono accompagnati) trascorrono diverse ore in queste sale in una routine non gradita e le sale diventano contenitori di ansie, di paure , di preoccupazioni, di parole dette e di parole non dette. Un dolore silenzioso, ma anche la speranza di uscirne e di poterlo raccontare. Il pensiero dominante credo sia l’augurarsi che tutto passi presto.

 

Finché, nel mio girovagare per reparti di Oncologia, mi imbattei un giorno nella Sala di Attesa del reparto di Oncologia dell’Ospedale Fatebenefratelli, sull’isola Tiberina. Sulla porta d’ingresso c’era un grosso cartello con su scritto a caratteri cubitali colorati : “ Sala InatTèsa“. Mi fermai un attimo, indeciso se cercare altrove, ma fu proprio allora che mi venne incontro Barbara (aveva un bel cartellino sul camice con il nome ben leggibile), per invitarmi ad entrare. “Posso offrirle un Tè? Ha qualche preferenza?“ “Si“, risposi io senza esitazione, “Io amo molto l’Earl Grey”.

 

La sala, mi sorprese, era sgargiante di colori. Le pareti tappezzate di gigantografie con panorami marini e montani, alcuni tavolini quadrati rivestiti con tovaglie di carta a quadretti bianchi e rossi servivano di appoggio agli ospiti seduti, quasi tutti alle prese con tazze di tè fumante e biscottini di varia natura. In un angolo due bollitori producevano in continuazione acqua calda con un brontolio confortante. “Abbiamo deciso” mi sussurra Barbara all’orecchio, “di trasformare la vecchia sala d’attesa in un luogo in cui potessero essere condivisi la parola ed il pensiero. E sarà un successo se anche potremo semplicemente attenuare quel senso di solitudine ed abbandono che talvolta nascono con l’insorgere della malattia . Lasciarsi spaesare, ecco, questo deve fare anche lei, si lasci spaesare!” Trovai bellissimo questo consiglio. Spaesare, spaesare… mentre gustavo il mio Earl Grey che avevo addolcito con un cucchiaino di miele di acacia.

 

“Mi piace molto questa iniziativa, Barbara. Ma lei è medico?”

“No” rispose Barbara, “Io sono psicologa e psicoterapeuta. Mi occupo da alcuni anni di malati gravi e del fine vita. Qui sono una collaboratrice esterna, volontaria“.

All’improvviso una donna distinta si fece coraggio e cominciò a raccontare che era il suo primo giorno di chemio e lo avrebbe affrontato con l’applicazione di una nuova terapia e cioè l’infusione in endovena di un farmaco, il Trastuzumab (sì, disse proprio così Trastuzumab) associato con un altro farmaco, per tentare di sconfiggere una recidiva del carcinoma mammario che l’aveva aggredita alcuni anni prima. Era stata inserita nella fase III dello studio KATHERINE del quale erano stati riconosciuti incoraggianti risultati su un significativo campione di pazienti.

 

”E pensare che sono anche medico!“ concluse la donna con un bel sorriso sulle labbra curate. E fu così che la sala si animò con vivacità e movimento. I pazienti cominciarono a parlare fra loro, alternando le preoccupazioni per le cure a piccoli brevi racconti personali, alcuni ricchi di sottile ironia e di curiosità. Poi chiamarono il numero 12, era arrivato il mio turno, e fu allora che chiesi a Barbara: “Ma voi siete qui tutti i giorni?” “No, questo è un esperimento che dura solo tre mesi. Lei ci può trovare, a me ed ai volontari che mi affiancano, martedì e mercoledì dalle 11 alle 12 qui in Oncologia oppure lunedì e giovedì dalle 10 alle 11 in Radioterapia. Io peraltro sono anche coinvolta in un altro percorso in aiuto alle cure oncologiche ed è l’affiancamento ai pazienti in occasione dei concerti dei “Donatori di Musica”. “Ha mai sentito parlare di loro?” “Oh sì“ esclamo io “Ho letto di risultati entusiasmanti di questo gruppo di musicisti. Pensi che, ma lei lo saprà certamente, prima di lasciare il reparto dove sono ricoverati, i pazienti si tirano a lucido, giacca e cravatta gli uomini, abiti eleganti le signore e scendono nella Sala Riunioni o nel Teatro, se c’è, con grande entusiasmo per partecipare al concerto. E se qualcuno sgarra e magari pensa di potersi presentare al concerto in pigiama e pantofole il Primario del reparto lo stoppa davanti all’ascensore e lo rimanda in camera! E ho letto anche che l’iniziativa coinvolge perfino gli operatori sanitari che con passione preparano la sala e l’accoglienza dei musicisti, nonché il buffet post concerto e tutta la convivialità che ne discende”.

 

“Beh la vedo informata”, mi dice Barbara “E lei sa come tutto ciò è cominciato?” “ No,” fingo io, per lasciarle la parola mentre la guardo affascinato. “Dunque un certo GianAndrea Lodovici, che era un critico musicale piuttosto noto, nativo di Firenze, si ammalò di carcinoma gastrico metastatico e nel suo ultimo anno di vita, nel tortuoso percorso terapeutico affrontato, approdò nel Reparto Oncologia dell’Ospedale di Massa e Carrara. Aveva perso l’interesse per la vita tanto da scrivere una struggente lettera di commiato ai parenti stretti ed agli amici più intimi. Ma fu il Primario del Reparto che lo pregò di mettere la sua professionalità di nuovo al servizio della comunità, e gli chiese di aiutarlo ad organizzare dei concerti di musica classica proprio in Ospedale, dedicato ai malati ed ai loro parenti. GianAndrea morì un anno dopo ma ormai il seme era gettato. Nacquero così i Donatori di Musica. Oggi hanno un calendario molto fitto di iniziative in giro per l’Italia, alle quali hanno aderito anche artisti del mondo dello spettacolo e della musica leggera, di grande spessore e di grande notorietà. Ecco, queste due iniziative umanitarie alle quali io do il mio modesto contributo sono quelle che io ho denominato “gli affetti collaterali”

“Grazie Barbara, la posso salutare abbracciandola? “

Il commiato fu molto commovente e mi ha lasciato anche un ricordo profano… Nell’abbraccio, il camice bianco di Barbara si era inevitabilmente sollevato e si era così sprigionato un profumo delicato ma inconfondibile: era l’Opium, di Yves Saint Laurent, una fragranza inebriante che fu la fissazione di una donna che nella mia vita aveva lasciato un segno indelebile. Lei non lo avrebbe cambiato mai con nessun altro profumo ed una volta che mi presentai con il Panthere di Cartier, buttò anche il contenitore in vetro, che allora era un’opera d’arte, con due pantere ai lati, scolpite, belle da morire.

 

Creato: Sabato, 08 Giugno 2019 09:58
Condividi questa pagina

IncontraDonna onlus. Occupiamoci di seno. La donna PARTE INTEGRANTE di un percorso di salute.

Questo sito web utilizza i cookie al fine di migliorare l'esperienza di navigazione. Continuando ad usufruire di questo sito, l'utente acconsente ed accetta l'uso dei cookie. Per maggiori informazioni consulta la nostra Cookie policy.