Di Gemma Patscot

 

Giovedì 26 luglio 2018

Roberto Bolaño è morto a cinquant’anni. Io a cinquant’anni ho scoperto di avere un cancro. Un cancro al seno sinistro. Per diverse settimane, in quei giorni di smarrimento, prima dell’intervento, ho pensato che sarei morta anch’io a quell’età così perfetta. Ci sono età perfette per morire, se proprio bisogna morire giovani: una è senza dubbio trentatré, l’altra è ventisette. Cinquanta, però, supera tutte le altre in rotondità e compiutezza.

 

Nella mia mente quell’appuntamento con i cinquanta era da tempo una sirena spiegata che urlava “sta per finire tutto, stai per entrare in una galleria, il paesaggio intorno non lo vedrai più”. Non avevo molti motivi per festeggiare il raggiungimento del mezzo secolo, in effetti; la mia vita era ancora in gran parte irrisolta, come se avessi voluto inconsciamente essere quell’adolescente che sempre mi sono sentita,con tutto ancora da fare, da costruire, da realizzare. La sirena mi avvisava che ero fuori tempo massimo. Finito. Kaput. A cinquant’anni non avevo ancora un lavoro stabile, non avevo ancora una casa stabile; avevo sì avuto un compagno stabile,che, tuttavia, non era mai stato convinto di volerlo essere, tanto che mi aveva

lasciata inaspettatamente qualche mese prima.

 

Come un treno espresso, caldo di vita, durante la mia vita avevo sempre cercato di onorare tutte le stazioni e di caricarmi di tutto quello che dovevo, e anche di più,sulle mie rotaie malferme. Ma ora le stazioni della nuova decade, del mezzo secolo,avevano effettivamente in serbo per me lunghe gallerie, come avevo temuto, ma non soltanto perché, appunto, rappresentavano gli anni della perduta giovinezza,delle perdute speranze, ma perché, mi mettevano di fronte all’idea concreta della mia morte. Le parole carcinoma, cancro, tumore, morte, baluginavano intorno a me, come gli scheletri e i mostri mollicci nel buio tunnel delle streghe, al luna park; mi alitavano sul viso, mi sfioravano le gambe, mi gracchiavano nelle orecchie con lamenti spaventosi.

 

E ora anche la spunta sulla casella “salute” della mia vita irrisolta era da cancellare. En plein.

 

giovedì 26 luglio 2018

Quando mi è stata consegnata una prima certezza sul fatto che io avessi un tumore,non lo hanno chiamato per nome. Era la seconda senologa in una settimana. La settimana prima, una sua collega, in un altro ospedale, aveva fatto lo stesso. Aveva passato e ripassato la sonda sul seno, indugiato in lunghi silenzi, lunghi sguardi, e alla fine mi aveva consegnato tra le mani un allarme: bisognava indagare,i noduli, due non uno, erano sospetti. Come ladri, corruttori, assassini. La settimana prima, tutto aveva cominciato a fermarsi. Sentivo ancora lo stridore dei freni el’odore di carbone della galleria.

 

Ma la seconda senologa doveva cancellare quel sospetto, rimettere in moto il treno,restituirmi alla mia fioritura estiva di metà luglio, era questo il suo compito. Invece,lei faceva smorfie – la vedevo anche se la stanza era praticamente buia – e dopo un po’ aveva cominciato a dire “non sono molto belli questi noduli”. Sì perché il cancro,ovvio, non è bello: è duro, è opaco, è scuro. Il cancro è anacogeno, non riflette, non

si sposta, come una palla al piede di chi è costretto ai lavori forzati. La seconda senologa non ha pronunciato la parola “cancro”, ma mi ha punta con forza con l’ago – il mio cuore si è afflosciato – mi ha allungato il numero di un chirurgo, scarabocchiato su un foglio bianco che ancora conservo – il mio respiro ha sussultato. Ero andata da lei per farmi sentire dire “sono solo cisti, niente di maligno”, invece mi ritrovo con in mano il numero di un chirurgo. La dottoressa, mi ha freddato con sufficienza “Su, signora”. Cosa vuole che sia, è solo un cancro al seno.

Che sarà mai.

 

I casi di tumore al seno sono tanti, sempre di più, perché perdere tempo, perché indugiare nella compassione? Occhi bassi e, in fretta, il numero del chirurgo, come se fosse il numero di una donna delle pulizie, tieni ti consiglio questa. Ma questo chirurgo, tu lo sai bene, dottoressa, deve scavarmi fin dentro al cuore mio.

 

giovedì 26 luglio 2018

Mi hanno detto che avevo un cancro quando mi sentivo nel pieno di una rinascita,nuotavo e pedalavo a più non posso, presa dalla solita smania di superare le mie mollezze. Ero appena andata in ferie e avevo ritrovato il ritmo della natura dentro di me, dopo un anno intero in cui avevo smesso di vivere la mia vita, per vivere dentro quella di Carlo, il mio compagno. Era deceduto da pochi mesi ed io vivevo ancora

nello stordimento del lutto, della mancanza; camminavo ma mi mancava un braccio,ridevo ma portavo un pugnale nel petto. Sì, nel petto, proprio lì, a sinistra. In quel momento, lui continuava a visitare tutti i miei sogni, notturni e pomeridiani, il dolore mi attaccava alle spalle come un ladro, mi apriva a bastonate il cuore quando la guardia era bassa, mentre guidavo, mentre guardavo la tv, mentre mangiavo. Eppure, poco a poco, il mio corpo aveva ricominciato a vivere, a rispondere ai richiami dell’estate, come un corpo inerte risponde sussultando, suo malgrado, agli stimoli elettrici a 220 volts. Mi sentivo così, un corpo vuoto, un osso buco, un guscio, una conchiglia, un carapace. Ogni giorno qualcuno, io, si prendeva cura di me e della mia routine: mangiare, andare al lavoro, vestirmi, lavarmi. Ora mi stava prendendo per la collottola e mi trascinava ogni giorno in piscina. E il mio corpo,pian piano, tornava ad imparare la vita, quella fatta di contorni, di piccole cose insignificanti.

 

I primi giorni in piscina facevo poche vasche, mi veniva l’affanno, ascoltavo i battiti del cuore, temevo di non farcela, anzi ne ero convinta. Il mare appariva ancora troppo lontano per me, al mare non riuscivo ancora ad andarci, come tutte le cose che adoravo e che mi davano felicità. Non riuscivo a concedermi la felicità, mi infliggevo inconsapevolmente ma tenacemente una spietata, quotidiana punizione e non c’era verso di uscire da quel lucchetto che avevo chiuso sulla mia vita presente. L’acqua ferma, spessa e tiepida della piscina serviva invece a riabituarmi a un piccolo tempo per me, mi regalava, senza urtare l’intolleranza del mio lucchetto, una confortevole solitudine curativa. E lentamente ero riuscita a farmi forza e dopo una settimana nuotavo come un razzo, tenevo d’occhio l’orologio sulla parete per contare i miei tempi e sudavo di caldo e velocità. Il mio corpo scivolava, batteva sull’acqua, sollevava spruzzi,tagliava l’aria, respirava. Il mio corpo era ancora mio. Era acqua e cielo e bagliore.

 

Ed io ero passata dall’inerzia e la mollezza all’eccesso di moto. Era sempre così. Non conoscevo l’equilibrio. Mangiare troppo o troppo poco,lavorare troppo o niente, amare dando fondo alla mia anima o respingere in modo definitivo. No, odiare no. Non era quello il verbo opposto ad amare, per me. Era un sostantivo: insofferenza. Era incapacità a sopportare la vicinanza, la presenza nella propria vita, di una determinata persona. L’odio credo di provarlo solo nei confronti degli automobilisti quando sono alla guida. È una sinfonia dell’odio guidare, per me. Eppure già allora, in quella lenta e misurata rifioritura tardiva, nel mio corpo c’era il cancro. Da quando era lì? C’era già nove mesi prima quando al controllo annuale mi

era stato detto che andava tutto bene?Scrutavo la mammografia di quell’ultimo controllo cercando quei grumi, quei buchineri fosforescenti che risaltavano nella mammografia sospetta.

 

giovedì 26 luglio 2018

Penso sia stato lui, Carlo, quella notte di metà luglio, a mandarmi quel dolore, se no non mi sarei toccata, sdraiata sul letto, per capire dove fosse quel dolore e non avrei scoperto il mio sassolino in mezzo al petto. Poi avrei saputo che i sassolini erano due, inamovibili, immassaggiabili, inscioglibili; ma il campanello suonò

quando sentii quella pallina che mandava messaggi nella notte sotto la linea del mio seno sinistro.

 

 

E sempre lui, Carlo, qualche giorno dopo, mentre mi dibattevo ancora nel sospetto,sperando che fosse solo un falso allarme, lui ­ – reale, non un sogno – nel ronzio del dormiveglia pomeridiano, era venuto a poggiarsi lieve su di me come un abbraccio. Io gli avevo chiesto, non so se con la voce, “Amore, sei tu? Come stai, amore?”. In un attimo avevo sentito che era triste, forse stava passando in uno stato superiore e voleva accomiatarsi? No, lui era triste per me, era venuto ad annunciarmi, come una piuma sulla mia spalla sinistra, la conferma della diagnosi, che sarebbe arrivata il giorno dopo. Era venuto a portarmi la consolazione muta dei sogni, di chi è solo spirito e ricordo. Tenevo ancora stretto quel filo ininterrotto. Sognare leniva bene l’assenza, molto più che parlare ad una foto.

 

giovedì 26 luglio 2018

Quando ho scoperto quei sassi sotto le mie dita, quando ho saputo con certezza che si chiamavano cancro, la mia vita si è capovolta, senza scossoni, senza pianti,senza strepiti, senza tremori. Ero entrata in un nuovo status. Tutto in standby. Lucina rossa accesa e, tutto intorno, un moto galleggiante. Avevo desiderato morire con Carlo quando lui mi aveva lasciato, per tanti mesi avevo pensato che sarebbe stato più facile per me chiuderla lì. Pur tuttavia la scoperta di avere un cancro, pur non sconvolgendomi, mi aveva messo addosso un’incredulità profonda, ero indignata, incredula ma soprattutto impietrita. Non ero preparata ad una malattia vera, avevo desiderato morire di una morte astratta, come un interruttore che spegni e via. No, non avevo messo in conto la malattia. Carlo se n’era andato nel volgere di dieci mesi e io non ne volevo sapere di malattie, ero disposta a morire solo fulminata.

 

Era ingiusto, e in più non era possibile. Io un cancro? Ma chi l’ha deciso? Ma sapete chi sono io? D’un tratto quell’emergenza mi aveva fatto riemergere in superficie: io,me, la mia vita. L’indolenza dopo la perdita di Carlo aveva lasciato il posto a una piccola nostalgia, una piccola tristezza, una piccola paura, una piccola ribellione;volevo un medico da interrogare e che mi dicesse la verità e mi spiegasse come fosse possibile non essermene accorta prima, se ero abituata da sempre a spalmarmi oli su tutto il corpo e anche sul seno. E per quale motivo nove mesi prima la mammografia non avesse rilevato niente. Cercavo risposte, lenimenti,spiegazioni soddisfacenti, carezze. “Ma come!? Io un cancro? Mangio bene, mi muovo bene, screening puntuale da quindici anni. Io il cancro?”.Non lo accettavo. Eppure mi sentivo calma, come se avessi già accettato tutto. Era la galleria che mi aspettavo, eccola davanti a me.

 

Quando si fa una mammografia poi si chiude il referto nel cassetto e non ci si pensa più fino all’anno seguente; perché se ti scansionano ogni anno e ti dicono “mi raccomando ogni anno, non due, perché lei ha il seno denso” e tu lo fai e vai ogni anno e va tutto bene, poi torni alla tua vita dove per il cancro non c’è proprio posto. E invece no, non andava tutto bene nove mesi fa allora, e non avrei dovuto rilassarmi solo perché qualcuno ogni anno rovistava i miei seni per me. Perché non basta. Non lo sapevo, non me l’avevano mai detto “Controllo tra un anno ma nel frattempo non dimenticare di eseguire un’assidua autopalpazione” no, c’era sempre e solo scritto “Controllo tra un anno”. Niente altro scritto, niente altro detto.

 

giovedì 26 luglio 2018

La ragazza seduta di fronte a me moriva di paura, raggomitolata intorno alla sua borsa troppo grande che teneva sulle sue gambe; volevo abbracciarla, consolarla,sentire che la mia paura si annientava nella sua, lei, così giovane. Averla di fronte a me in quel lunghissimo tempo di attesa, attenuava la paura accucciata nella mia testa a cui non volevo darla vinta, “io non ho niente”. La seconda senologa smentirà la prima, sicuro. Per dimenticare la paura e non crederci, mi immaginavo un incensario che su e giù,immenso, mi dondolava davanti, nella mia cattedrale di Santiago interiore, come una benedizione, che poi non è arrivata. La ragazza è andata via prima di me,sollevata, appesa al braccio di sua madre mentre io, all’uscita dall’ospedale, appesa al mio sbalordimento, nel sole accecante dal pomeriggio, non ero più la ragazza che

usciva dalla Cattedrale di Pamplona investita da una missione, non ero più l’intrepida pellegrina solitaria che voleva attraversare in bici il Camino di Santiago ea cui andava tutto bene e che si sentiva che le avevano perdonato tutto e che tutto sarebbe andato bene, e che la stella del Camino sarebbe stata sempre con lei,luccicante e benigna, come in quel sonno vivido e lontano di bambina, in cui una stella gigante mi aveva prelevato dal balcone di casa della mia compagna di giochi e mi aveva portato a cavalcioni, in giro per la notte. Quel sogno infantile impresso nella mia mente era così reale che penso che, da bambina povera, come nelle favole che premiano i fanciulli poveri e buoni e castigano quelli ricchi e cattivi, lo

avevo vissuto e non solo sognato. Ero certamente stata davvero in compagnia didue angioletti sconosciuti che mi avevano fatto navigare a bordo del loro destriero luminoso, per una notte.

 

Beh, ora, mentre correvo incredula fuori dall’ospedale con quella specie di diagnosi stretta in un foglietto, non ero più né quella giovane pellegrina che credeva che sarebbe riuscita, e ci riuscì, in un’impresa più grande di lei, né quella bambina innocente e innamorata del cielo e delle stelle tanto da volare nel silenzio del cielo notturno con gli angeli, a cavallo di una cometa pazzesca. Ora ero “touchable”.Sgambettavo allegra come si conviene ad una ex ragazza sana, con i miei abiti giovanili e il mio corpo ex giovanile, ma il mio seno sinistro, il luogo preciso dove per anni si erano annidati tutti i miei dolori, tutti i ticchettii impropri, tutti i contrappassi rumorosi che avevo spiato ansiosa e che mi avevano tolto il sonno,era diventato una campana dura, fatta di sassi: due. Troppi per il mio seno adolescenziale che ora rischiava la mutilazione a vita.

 

giovedì 26 luglio 2018

Non riuscire più a toccarsi, non sapere come trattarsi. Dovevo pensare al mio tumore come un cucciolo da coccolare o un diavolo da cacciare? Il mio tumore. Che erano due. E quindi la notte quando mi svegliavo o

prima di addormentarmi, quando mi mettevo a pancia in giù e le mie dita toccavano la pelle lì, senza volere, e doleva senza dolore e il pensiero senza pensiero bruciava come tungsteno: avevo un cancro dentro e lo potevo sentire distintamente. Eppure continuavo imperterrita a pensare “no, no, no” oppure “ora mi passa”.Speravo, infatti, che se ne andasse così com’era arrivato, che venisse polverizzato da una pioggia di stelle estive. Pregavo che se lo succhiasse su quell’ulivo immenso che cigolava nel caldo, che lo mescolasse alla sua linfa potente e lo svaporasse in cielo, come un fumatore incallito. Che un raggio misterioso proveniente da Marte,così vicino e lucente in quel periodo, attraverso quel pinnacolo al centro del trullo,

mi trafiggesse come un dardo angelico, mentre dormivo e non mi accorgevo di niente. “Trafiggimi, Marte combattente, me, il mio cuore, il mio tumore, accendi scintille, brucia i miei ragnetti, le mie serpi invadenti”.

 

Poi ho smesso di pensare ai miracoli. Non stavano funzionando. Dovevo trovare la forza nella mia mente, nel mio corpo vivo e vegeto intorno a quel tessuto morto. Mala mia mente incespicava, si attorcigliava sulle mie colpe; cosa ho sbagliato,quando mi sono distratta pensando che a me non sarebbe mai successo niente?Perché non mi sono mai autopalpata? Mi sono mancate le proteine e ho mangiato troppi taralli? O forse non ho camminato abbastanza, forse era troppo poco il tempo che dedicavo a Pilates? Forse ho solo corso con i pensieri per troppi anni? Forse lavoro troppo intensamente, forse mi sono dedicata troppo? Avevo fatto del male a qualcuno? Forse era stato trent’anni fa; ma il mio karma ancora se lo

ricordava? Pensavo che avessi già pagato. Certo che ho pagato. E sono stata stronza anche sette anni fa. Ma poi ho così tanto amato che di certo, sono sicura,mi è stato perdonato: “Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati,perché hai molto amato”.

 

I miei pensieri rincaravano la dose del mio senso di colpa astratto e concreto, a seconda dei momenti, e nella mia mente si è insinuato pian piano il pensiero del peggio, della situazione fuori controllo, della morte: smettere di lottare, di ribellarsi,lasciarsi inghiottire come Ivan Illich, arrendersi, alla fine, dopo tanto dibattersi e urlare. Scivolare dentro la “buca buia”, ecco cosa mi sarebbe successo: la mia galleria.

Forse il tumore già mi stava scavando, si stava impossessando di me, come quei dischi volanti con le zampette, come una valva cieca con mille piedi, stava colonizzando il mondo dentro di me, quello che silenziosamente funzionava e mi teneva in vita da cinquant’anni, con molti inciampi ma nessun collasso. E ora? Cosasi era inceppato? Avrei voluto assistere a quell’attimo esatto in cui la cellula era andata storta, si era sbagliata, error code, per assistere all’evento eccezionale, la natura che si sbaglia e tutto cambia e scolora e si sfuoca e incancrenisce.

E per calmarmi mi guardavo allo specchio e scrutandomi non vedevo niente che non andasse, niente nei miei seni, simmetrici, belli, come sempre. Il seno sinistro non tradiva la sua colpa se non per il tenue rossore nella parte sottostante, causato dall’indugiare dell’ago che aveva spiato e attestato la malignità di quei sassi, sassi cattivi: se avessi fatto un salto avrei sentito il loro suono ciottoloso? Forse no,sarebbero stati muti perché muti erano quando per caso la mia mano li aveva notati,muti, speravano di non essere scovati, acquattati nel mio seno sinistro, diretti verso la mia ascella sinistra. Muto è chi fa il male. Non ti risponde, si nasconde dietro un’email senza risposta o un whatsapp non aperto. Muti erano stati chissà per

quanto nel mio seno a cibarsi di me e della mia vita innocente.

 

giovedì 26 luglio 2018

Ed eccomi qui, con questa plasticaccia blu al posto del mio seno sinistro, a chiedermi se mi ci abituerò mai a questa nuova vita, uguale a sempre, ma così diversa. Come un’onda incessante, mi scordo e mi ricordo. Mi scordo di non avere più il mio seno sinistro per il cancro e subito dopo me ne ricordo, quando mi tocco

inavvertitamente, se mi avvicino troppo al tavolo mentre mangio o la notte quando mi giro e mi ferma quell’armatura. Prima o poi ci riuscirò, mi abituerò. Come ci si abitua in qualche modo a qualunque perdita nella vita, madri, padri, mariti, braccia,gambe, seni, figli. Perdere il mio seno morbido, la mia carne, in cambio dell’estirpazione di un cancro. Era stato un baratto giusto? E soprattutto: era stato un baratto definitivo? Non è che torna ora che sono “touchable”? Niente sarà più uguale, soprattutto per questo,

perché operarsi e sottoporsi a terapia ancora non è abbastanza, ancora non è tutto. C’è la cosiddetta sopravvivenza e ci sono quelle percentuali che parlano di altre come me, non me. Percentuali che mi mettono addosso speranza ma soprattutto paura.

 

Quando ho scoperto il cancro non vedevo l'ora di operarmi perché era quella l'odiosa ma unica soluzione al problema: perdere. Che opzioni ho adesso? Piangere e disperarmi, rimpiangere il mio essere sana, intera? Opzioni, non soluzioni. Ogni tanto allungo un piede nel territorio “accettazione” ma il terreno ancora non mi sostiene. Allora ritraggo il piede e chiudo la finestra: quel territorio, per il momento,lo spierò da dietro il vetro, finché non avrò imparato a camminarci su, finché non avrò imparato a non farmi inghiottire. Per ora rimango sul comodo terreno del “fare finta che”. Apparto il pensiero del mio seno finto, del ritorno della malattia, della buca buia, e rigo dritto. Lo apparto come una ciocca di capelli che mi cade sugli occhi e non mi permette di vedere bene il paesaggio, la sposto, me la metto con cura dietro l'orecchio, lì rimane, per un po’, e se cade di nuovo, di nuovo me la sistemo. E via così. Intanto mi godo il paesaggio. E le gallerie durano il tempo che devono, una percentuale minima rispetto a tutto il resto.

 

Creato: Sabato, 08 Giugno 2019 09:57
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